da marcoauf » lunedì 8 settembre 2008, 12:52
Visto che è il mio primo intervento da collaboratore in questo forum, prima di trattare la materia dell’articolo faccio alcune premesse, e la prima è quella che il pescatore subacqueo, per definirsi tale, oltre ad essere “armato” di una buona attrezzatura e di una ottima preparazione psicofisica deve essere accompagnato in mare da alcune virtù che, quasi sempre, fanno la differenza, e che a mio avviso sono:
• Spirito di osservazione
• Costanza, pazienza e caparbietà
• Capacità di improvvisare
• Umiltà
Se si è in possesso di queste caratteristiche sono certo che l’interpretazione delle varie tecniche sia attuabile da qualsiasi sub con sufficiente successo, in quanto credo fortemente che uno si possa definire un “buon” pescatore subacqueo se è capace di portare il pesce a casa con tutte le tecniche, dall’aspetto profondo (per le proprie quote operative) a quello in 20 cm nella schiuma, dall’agguato alla tana passando per la caduta.
Chi invece pesca tutto l’anno in un solo modo è sicuramente un ottimo specialista ma si “sottopone” ad una serie di “cappotti sicuri” in quei periodi in cui quella data tecnica, per condizioni stagionali, meteoclimatiche, morfologiche ed ambientali non può assolutamente metterci nelle condizioni di vedere e/o sparare alcun pesce degno di tale nome (gli avannotti lasciamoli in pace). Intendiamoci, non che questo sia sbagliato o deprecabile, ma a mio avviso non è assimilabile all’immagine del pescatore subacqueo completo, eclettico; basta infatti vedere il curriculum di qualsiasi campione del nostro sport, da Mazzarri a Bellani (ma nel mezzo ci sono fior di campioni e pescatori professionisti che sono altrettanto noti), per capire come loro sappiano far pesce con qualsiasi tecnica che utilizzano proprio nel momento in cui serve, ovvero quando la loro esperienza li porta a capire che quel giorno serve pescare con quella tecnica, e nessuna altra.
Premesso che io non mi sento assolutamente un pescatore completo, in quanto ho tantissimo da imparare, chi mi conosce bene sa però che ho un particolare modo di interpretare il mare, molto forte, passionale (forse troppo) al punto tale da spingermi ad andarci mediamente 130 volte all’anno con risultati, dal mio modo di vedere le cose, soddisfacenti; è chiaro che il mio percorso è stato lastricato di tanti cappotti, spesso educativi, ma guardando da dove sono partito mi sento in grado di dire che due fattori hanno sicuramente fatto da discriminante:
• la costanza (e per questo devo ringraziare madre natura che me ne ha regalata abbastanza)
• il travaso di esperienza (conscio o non) da parte di alcuni pescasub
Ecco perchè credo nella forza della condivisione, e quindi nella forza dei forum.
Finita questa lunga premessa (scusate, ma ho il difetto di essere un po’ “prolisso”), passiamo alla pesca in tana.
Trovandomi a parlare con chi prevalentemente pesca all’aspetto e che magari vuole approcciare alla tana, o magari durante una battuta di pesca condivisa con qualche amico che ha assistito ad una mia cattura mi sono spesso sentito chiedere <<ma come fai a capire che quella è una tana buona???....come hai fatto fra tante lastre uguali ad intuire che lì sotto stava un pesce???>>
Premesso che questo tipo di domande stanno alla pesca in tana come <<come hai fatto a capire che il dentice veniva da quella parte???>> sta alla pesca all’aspetto, l’essenza della pesca in tana è proprio quella, l’individuazione del “buco” giusto.
I pionieri della pesca in apnea, oltre ad aver avuto la fortuna di aver frequentato un mare decisamente più ricco, pulito e tranquillo, effettuavano le battute ispezionando tutti i pertugi, buchi, spacchi che i vari tipi di fondale creano; tale approccio era dettato principalmente dal fatto che le tane erano delle vere e proprie “riserve” di caccia, in cui il pesce sostava tranquillamente più o meno per tutto l’anno. Nel tempo, le tecniche di pesca sono variate e si è arrivati all’agguato, passando attraverso la pesca all’aspetto, la pesca in caduta e nel blu.
Rispetto ai primordi però il pesce non abita più le tane, o se le frequenta lo fa in maniera del tutto differente, per cui anche la pesca in tana si è evoluta, prendendo anche qualche spunto dalle tecniche cugine.
La mutazione, e la nascita di nuove tecniche, è stata dettata fondamentalmente da una serie di fattori che qui provo ad elencare:
• aumento della pressione della pesca; qui ovviamente si intende sia quella effettuata in maniera professionale che quella sportivo-dilettantistica (non parlo dei bracconieri in quanto non lo considero pescatori, anche se fanno un danno enorme);
• miglioramento delle attrezzature;
• impossibilità di arpionare prede che non frequentano le tane, dentice in primis;
• miglioramento delle tecniche di apnea, che inevitabilmente sono state applicate alla pesca subacquea.
Come già detto, l’insieme di questi fattori hanno spinto i pesci a cambiare decisamente le proprie abitudini in tana, e sempre più raramente si assistono agli spettacoli che i nostri genitori vedevano solo 20 anni fa, ovvero di tane popolate da diversi pesci di mole; intendiamoci, non è che non esistono più queste tane (dette tane maestre) ma la loro individuazione è frutto di un insieme di fattori, fortuna innanzitutto, ed il loro “sfruttamento” deve essere fatto in maniera veramente certosina. Queste tane quasi sempre stanno o su batimetriche che richiedono un impegno psicofisico notevole, quindi solo per gente veramente esperta, o nelle praterie di posidonia, dove la loro individuazione è quasi analoga a fare il 6 al superenalotto Spesso invece si trovano tane in cui mediamente ci sosta il pesce di dimensioni discrete e che ogni 6/7 ispezioni ci regalano la sorpresa.
Come fare quindi??? Per le tane nuove uso 3 sistemi:
• individuazione dall’alto
• lettura segnali/planate
• misto di aspetto ed agguato
Il primo è teoricamente il più semplice; capita a volte di camminare e di vedere un bel pesce scivolare sotto una lastra o di affondare sotto un taglietto; in quei casi bisogna scendere immediatamente in quanto può essere una tana di semplice appoggio ed il pesce si disporrà 9 volte su dieci col muso a corrente per cui sentirà sicuramente la nostra discesa e sarà molto nervoso, il che richiederà un colpo d’occhio notevole, velocità e tiro istintivo (la fiocina in questi casi è il top). Se invece è la sua tana le cose cambiano un po’, in quanto ci si troverà al cospetto di più pesci, il che esige un maggior raziocinio.
Può invece succedere che sotto ci nuoti un saraghetto, magari di appena 3 etti. Se il suo atteggiamento è di quelli indecisi sul da farsi, quasi sempre è dovuto al fatto che sente la nostra “pressione” e dubita se fuggire verso il mare aperto o se entrare nella sua tana. Seguirlo lentamente, a debita distanza, senza fretta, e quindi con tantissima pazienza, potrà portarci alla tana maestra della zona, che magari troveremo abitata dalla sua famiglia, a partire dai nonni!!!!! Ultimamente mi è successo e devo dire che una visibilità praticamente perfetta mi ha consentito una cattura molto “pesante”, nonché il fatto di segnarmi sul GPS una tana che sicuramente mi regalerà soddisfazioni; questa regola, cioè di memorizzare la tana o di prenderne le mire, non la dirò più, ma è fondamentale ed è sottointeso che bisognerebbe farlo sempre, in quanto ci consentirà di crearci un database di tane “sicure” per una pesca a segnale.
Di più difficile interpretazione è invece la ricerca basata sulla lettura di alcuni piccoli segnali che il fondale ci regala, segnali che grazie alla effettuazione di lente planate riusciremo a carpire. Fondamentale è la zavorra che ci deve consentire, con un’azione agevole ed acquatica, di “sfiorare” il fondale, senza il rischio di sprofondare velocemente o senza la necessità di continue, e stancanti, correzioni della postura mediante l’uso delle pinne.
Il primo segnale da cercare è la presenza di piccoli sparidi e/o labridi sull’imboccatura dell’eventuale tana. Essi, oltre ad evidenziare la vitalità della zona, fungono spesso da sentinelle per i pesci di dimensioni più interessanti. In proposito ricordo che l’anno scorso stavo planando su un fondale, non più di 10 m, caratterizzato da una dorsale che dolcemente frana sulla sabbia/posidonia. Al confine della franata vedevo dei ciuffetti di grotto e sull’imboccatura di uno di questi sostavano decine di microsaraghi appallati; la cosa mi ha immediatamente insospettito e sono sceso ad ispezionare la potenziale tana dove nell’oscurità vedevo un occhio davvero grosso che tentava di passare inosservato. Era un sarago di 1,6 kg che è venuto a casa con me; successivamente in quella tana, che visito non più di 3-4 volte all’anno, ho sempre pescato il jolly.
Un altro segnale molto importante è la presenza, sull’imboccatura, di ricci e/o frutti di mare frantumati che testimoniano come la tana sia scelta dai pesci per banchettare, e come quindi abbia caratteristiche tali da consentire anche la loro sosta. La presenza di alghe morte invece tende ad allontanare il pesce, anche se questa regola, come tutte le altre, può essere tranquillamente sconfessata dal pescione che al loro interno si è momentaneamente mimetizzato.
Un altro segnale che spesso durante le planate si carpisce è la classica sfumacchiata di sabbia che spesso è stata provocata dalla fuga repentina di un pesce che stava all’entrata della sua tana.
In genere, se durante le planate ci si trova di fronte ad una delle situazioni suddette, conviene pedagnare la boa segnasub in prossimità dell’eventuale tana ed agire sempre con prudenza e colpo d’occhio; spesso effettuare un aspetto a qualche metro del buco invoglia gli eventuali “abitanti” ad uscire per identificare la fonte della vibrazione e/o rumore. Il classico di queste situazioni è il volo di corvine; in proposito è utile evidenziare che spesso le tane abitate da corvine non di mole sono condivise da saraghi spesso di dimensioni molto interessanti. A proposito di specie che coesistono, quando si trova in una tana un sarago Pizzuto di mole significa che quella è una tana DOC; ritengo che sia dovuto al fatto che tale specie quasi mai tende ad intanarsi, per cui se lo ha fatto significa che l’anfratto ha le caratteristiche per essere una tana maestra (o tana madre).
Se dopo l’aspetto non dovesse uscire alcun pesce, conviene effettuare una ispezione; in proposito approfondisco il capitolo sull’approccio alla tana.
Quando non la conosco, preferisco sempre ispezionarla a testa in giù. Questa modalità mi consente di nascondere la maggior parte del mio corpo alla visione degli eventuali pesci, e, se applicata bene, può consentire la cattura di più pesci in successive azioni. Naturalmente, qualsiasi sia il tipo di approccio che si sceglie, la silenziosità del gesto è d’obbligo. Solo dopo che si è familiarizzati con la tana si può optare per approcci più diretti, magari effettuando un percorso a “U”.
Bisogna sottolineare, anche se può risultare ovvio, che non basta una semplice ispezione della tana per bollarla come vuota; infatti pesci come saraghi, corvine e cernie, grazie al loro mimetismo, riescono ad eludere il sub che effettua un controllo sommario dello spacco. Conviene quindi eseguire più controlli, avendo cura di cambiare ogni volta il buco, se la tana ne ha più di uno; questo perché il differente modo in cui la luce entra e riverbera, può più o meno evidenziare prede nascoste al loro interno e magari evidenziare angoli/anfratti che diversamente non avremmo neanche visionato.
Discorso a parte è l’uso della lampada. Personalmente cerco di usarla quanto meno possibile; l’esperienza mi ha insegnato che innervosisce moltissimo le prede all’interno delle tane, mentre attendere qualche secondo, finché l’occhio non si abitui alla penombra, può dare dei vantaggi notevoli. È chiaro che di fronte ad una tana molto buia il suo uso è necessario, ma sempre con parsimonia e cercando di illuminare la volta dell’anfratto, sfruttando il riverbero stesso come fonte di luce.
Anche l’uso del fucile fa storia a se; successivamente farò un breve accenno sulla scelta del tipo di arma, anche se credo che la componente “persona” conti molto, ma è interessante soffermarsi sul modo in cui bisogna destreggiarsi durante l’azione. Personalmente, adottando quasi sempre l’approccio a testa in giù, mentre scendo porto il fucile verso il copro e quando mi affaccio alla tana faccio in modo tale che testa e punta entrino nello stesso momento; questa pratica non ci farà trovare impreparati con pesci che al primo accenno tendono a fuggire, saraghi in primis, ma ha bisogno di un po’ di esercizio, in quanto la postura che si assume porta ad avere il gomito indietro e quasi sempre si spara col pollice.
Il terzo sistema è sicuramente quello più divertente e tecnicamente difficile. Io lo attuo principalmente in due situazioni; come abitudine di molti sub quando si arriva su una zona nuova, effettuo uno o più aspetti, magari seguiti dallo scorrere un po’ di fondale all’agguato, per capire il movimento di quella zona.
Se vedo prede che non dopo un lungo aspetto non ti degnano di attenzione (orate prima di tutto) non mi sottopongo a lunghi, estenuanti, pericolosi ed inutili aspetti, ma partendo dalla loro direzione di arrivo effettuo degli agguati propensi ad accorciare la mia distanza di partenza con la loro, portandomi quasi sempre ad individuare la tana in cui si sono appoggiati. Le sorprese con questa tecnica sono sempre dietro l’angolo, in quanto spesso ci portano su fazzoletti di mare che per particolari condizioni meteo/marine stanno raccogliendo branchi interi di pesce. Questo aprile così facendo ho trovato una zonetta in cui ho visto almeno una trentina di orate, di cui molte sui 500 gr, ma una decina dal kg in su, pesci ai quali ho gentilmente declinato l’invito a seguirmi a casa……….
Questo atteggiamento paga molto in zone apparentemente “morte” od in quei periodi in cui la forte pressione della pesca ha spinto i pesci ad intanarsi, assumendo spesso un atteggiamento guardingo.
Parlando di aspetti puramente coreografici, ho notato, in genere, che le pietre molto “scenografiche” quasi mai fanno tana, a meno che non si tratti di ampie caverne utilizzate dai cefali, e talvolta dalle spigole, come momentaneo rifugio, ma tale fenomeno è legato molto alla stagionalità (ottobre principalmente).
Invece, pietre del tutto “insignificanti”, spacchi impossibili da perlustrare, ampi tavolati di granito impenetrabile fanno tane in cui il pesce ci sguazza e che prende a dimora fissa, anche per i 12 mesi dell’anno. Spesso se ci sono più lastroni vicini, quasi sempre quelli centrali fanno tana, in quanto, ovviamente, sono i più lontane alle insidie che gli si può portare dalle lastre periferiche.
Una trattazione a parte lo merita il grotto (o coralligeno). Non voglio inoltrarmi in disquisizioni puramente geo-morfologiche su questa meravigliosa tipologia di fondale, mentre mi soffermerò sulla sua “interpretazione”.
Innanzitutto il colore; quello marrone scuro risulta meno pescoso rispetto a quello che tende al verdone. Probabilmente il differente cromatismo indica il livello di vita del coralligeno e quindi la quantità di cibo prelevabile dai vari pesci che in esso sostano.
Un altro aspetto importante è legato alla sua distribuzione; quando ci si trova su una distesa di grotto, spesso sono i cigli e/o panettoni isolati, sprofondanti nella sabbia, che risultano pieni di vita. Anche i catini spesso tendono a radunare grosse quantità di pesci, anche di specie diverse.
Specialmente per il grotto le planate sono fondamentali, in quanto i pesci, nei suoi meandri e cunicoli, tendono spesso a muoversi, per cui la perlustrazione può coincidere con l’azione di caccia stessa. Non è improbabile trovare i pesci accostati ai funghi che tale concrezione crea, sicuri del loro mimetismo, ma traditi dai movimenti impercettibile delle pinne laterali, per cui il livello di attenzione deve risultare molto elevato per carpire anche la minima variazione cromatica che può nascondere il musone di un brontosarago che ci sta osservando dal suo riparo.
Molta attenzione bisogna prestare anche ai camini che si creano sui panettoni di grotto; queste aperture verticali risultano dei veri e propri passepartout per violare tane che altrimenti sarebbero inattaccabili.
Una delle controindicazioni del grotto è la facilità che ha nell’intorbidirsi; risulta quindi necessaria la massima grazia ed acquaticità nei movimenti e la cura nello sparare su bersagli sicuri, in quanto un tiro su una preda non certa (oltre alla possibilità di non estrarla dal buco e di ucciderla inutilmente) rischia di sporcare il resto della tana e di compromettere la possibilità di sparare su altre prede presenti.
Un espediente pratico che migliora sicuramente la pesca nel grotto, ma più in genere la pesca in tana, consiste nel montare sull’asta del fucile la fiocina,che ha l’indubbio vantaggio di bloccare la preda, evitando quindi che il pesce, nel suo tentativo di liberarsi, intorbidisca la tana e spaventi gli altri pesci presenti. Concludendo l’argomento grotto, e rimanendo sempre negli ambiti puramente “balistici”, risulta invece un vantaggio la sua fragilità che ci consentirà, a fronte di un tiro effettuato da vicino, di estrarre quasi sempre l’arpione che in esso dovesse andare a conficcarsi profondamente.
Anche la stagione ed il termoclino contribuisce molto alla selezione delle tane; statisticamente ho notato che alcune funzionano di più in inverno, e ciò lo associo ad una loro particolare esposizione alle correnti ed a fattori che noi non riusciamo a percepire, ma che loro invece sentono e sfruttano. Specialmente in inverno, anche ½ grado in più fa la differenza. Durante tutto l’anno uno dei fattori che sicuramente spinge i pesci ad intanarsi è la presenza di un forte vento da terra; la sua azione genera dei moti convettivi che tendono a richiamare acqua fredda dalle profondità. Vi posso garantire che in queste condizioni ci sono tane che in soli 2 m di profondità possono ospitare dei veri mostri, quasi mai solitari.
Per concludere, vorrei fare un breve accenno sui fucili; premesso che nelle misure medio-corte prediligo gli arbalete (ma è una scelta esclusivamente legata al proprio “gusto”), se dovessi scegliere di portarmi un solo fucile opterei per un 75; se invece ho la possibilità di portarmi più fucili, gommone e/o situazioni simili, sicuramente aggiungo un 56 con asta filettata (o due arbalete 56 rispettivamente con fiocina ed arpione, per i più pigri). Un consiglio prettamente tecnico è quello di tarare la sagola in maniera da fare un solo giro attorno allo sganciasagola, in quanto un filo molto lungo consentirebbe al pesce sparato male di portarsi dietro l’asta e di infilarsi in qualche spacco remoto che ci renderebbe impossibile il recupero di entrambi.
Spero di essere stato abbastanza chiaro, anche se sono certo che non basta una semplice lettura per imparare quella che è un’arte e che solo la sua pratica, i tanti cappotti e la perseveranza ci consentirà di metabolizzare.
Ciao, Marco
Brindisino DOC