Paradossi della pinneggiata perfetta
Se nel pinneggiamento gli elementi determinanti nel restituire efficienza dinamica sono l'eccellenza del gesto tecnico e la scelta della pinna adatta, quale si subordina all'altro?
Sotto il profilo tecnico del gesto è inopinabile che la pinneggiata accademica sia quella che ottimizza il rapporto sforzo/rendimento nella migliore efficienza dinamica.
Ma è davvero la più efficiente?
Quanti riescono a metterla in pratica?
E' sempre possibile attuarla?
Ci si può svincolare da essa?Analizzandola vediamo che si esprime in un gesto in cui le gambe stanno distese ma conservando una minima quanto fondamentale inclinazione dell'asse coscia-gamba, si alternano nel moto facendo perno sulle anche con l'ausilio di una leggera rotazione dei fianchi.
- Principi di efficienza - Principi.png
In favore alla minimizzazione della fatica e al risparmio di O2, perché si ottenga il massimo dallo “stile perfetto” senza vanificarne i presupposti, il movimento deve essere tecnicamente impeccabile, nel giusto compromesso tra ampiezza, cadenza delle falcate e contenimento dei profili; è dovuta inoltre l'ottimale incidenza della pala sull'acqua e va dosata la mobilità delle anche perché escluda forzosi contributi dinamici del torso e non sovraccarichi i “delicati” distretti muscolari deputati a poter compiere il movimento.
Addome, area lombare e dorso, dovranno conservare il giusto compromesso tra scioltezza e contrazione per partecipare al gesto tecnico e consentire una consona dinamica posturale, perché escluda eccessivi rollii del corpo ad ogni falcata che possano variare continuamente la direttrice di spinta e l'angolo di incidenza sul verso cui si procede deturpandone l'efficienza. In un sistema vettoriale infatti, la velocità è un'entità che tiene conto non soltanto dello spostamento di un corpo in movimento ma anche della direzione e del verso, quindi 100m percorsi in maniera perfettamente lineare porteranno più lontano dal punto di origine dello spostamento rispetto ad un percorso di 100m effettuato a zig zag.
Teniamo presente che nel pinneggiamento applichiamo una forza di spinta ad impulsi, e la nostra inerzia sarà tanto meno uniforme quanto più i freni dinamici sottrarranno parte dell'energia che la genera.
Quando effettuato impeccabilmente, lo stile accademico comporta il vantaggio notevole di ottimizzare la continuità del moto, proprio per la peculiarità di far conservare la massima idrodinamicità del corpo in direttrici di spinta e percorrenza quanto più lineari e costanti riducendo al minimo anche i freni dinamici, ciò consente di sfruttare al massimo la spinta generata dalla massa d'acqua spostata con le pinne nel loro range di azione più efficiente che è sempre quello in cui la pala, una volta caricata in flessione, restituisce il moto al sub in virtù del suo ritorno elastico.
Se l'energia prodotta dal pinneggiamento è proporzionale alla massa d'acqua da questo spostata nell'unità di tempo, questa massa normalmente è proporzionale alla forza impressa dai nostri muscoli, quindi, raggiunto il limite fisiologico muscolare che consenta una tecnica educata, ogni surplus di sforzo sarà vano, anche perché gli attriti in acqua aumentano esponenzialmente col crescere della velocità, e con le nostre fattezze umane gli attriti diventano talmente elevati da vanificare qualsiasi tentativo di incremento di spinta in questo senso; ecco che diventa più facile guadagnare e conservare moto inerziale riducendo gli attriti piuttosto che incrementando improbabilmente gli sforzi.
Insomma... perchè la pinneggiata possa allora generare un moto soddisfacente, necessita spostare il giusto quantitativo d'acqua che vinca le resistenze opposte al sub, e quando queste vengono ridotte al minimo la spinta sull'acqua può essere più gentile.
Lapalissiano quindi che considerata la consistenza dei freni dinamici di cui tutti abbiamo esperienza in mare e che disperdono parecchia energia prodotta nel nuoto, la maggiore conservazione di inerzia durante e tra le fasi attive di spinta delle pinne, fa sì che con una minore massa d'acqua spostata dalle pinne nell'unità di tempo, si possa ottenere nelle percorrenze un pari o superiore risultato rispetto ad un più ingente lavoro muscolare eseguito al di fuori dell'eccellenza tecnica, cioè a maggiore impegno muscolare, generanti deleteri freni fluidodinamici e dispersivi costi di energia e ossigeno.
Tradotto in soldoni...
Ciò che rende la pinneggiata accademica il non plus ultra per il rapporto sforzo/rendimento non è insita in una consistente potenza di spinta che in realtà non genera, sta piuttosto nella maggiore uniformità di conservazione del moto ad un più basso costo energetico che riesce a offrire. Non si sfugge al concetto che qualsiasi altro tipo di pinneggiata alternata contenga un qualcosa di tecnicamente peccaminoso, in termini sopratutto di aumentate resistenze all'avanzamento, dovute vuoi alle posture poco fluide e idrodinamiche del sub piuttosto che per il freno generato dai segmenti corporei che sbandierano rispetto all'asse longitudinale del corpo fungendo da flap frenanti al nostro incedere.
- Criticità - Effettuando un movimento complesso dei nostri arti, osserviamo un sistema di leve multiple agenti in sinergia... e siccome la forza esprimibile dai nostri muscoli è proporzionale alla superficie muscolare impegnata, nella nostra quotidianità tendiamo per natura a rispondere con una istintiva sommatoria di forze applicate per poter agire con le mani e con i piedi.
Se guardiamo alla nostre gambe in veci di leve che agiscono sulle pinne perchè generino propulsione:
Leva gamba.png
La
forza resistente (R) è sulle pale delle pinne;
il
fulcro (F) è in corrispondenza di anche e pelvi;
la
forza applicata (P) agisce dalla prossimità del ginocchio fino alla prossimità del fulcro, contrastando un
braccio di resistenza enormemente più lungo rispetto al
braccio di potenza.
Insomma, siamo di fronte ad un sistema di svantaggiosissime leve di III genere.
Sappiamo che una leva trova equilibrio quando il
momento della
forza applicata risulta uguale a quello della
forza resistente ( fm = fr ), quindi per vincere una resistenza dobbiamo applicare una forza subito superiore alla stessa.
Sappiamo che il momento di una
forza è dato dal prodotto della forza stessa per il suo braccio, si avrà quindi l'equazione:
fr x br = fm x bm dove :
fr ... indica la resistenza prodotta sulle nostre pinne (e gambe) dall'acqua;
br ... sarà il braccio di resistenza che dalla pala della pinna e gamba inclusa arriva all'anca che è il fulcro su cui agisce la leva;
fm ... è la forza che applicheremo coi muscoli deputati alla flessione dei femori che si ancorano ai massimi estremi dall'area ginocchio alle vertebre lombari (Psoas);
bm ... sarà il braccio di leva della forza da noi applicata;
Meccanica Accademia.png
E' lampante che quando si esegue la pinneggiata accademica, ci si ritrova ad impiegare una singola leva con aumentato braccio di resistenza (l'intero arto inferiore più la pala della pinna) ad inficiare negativamente sulla potenza biomeccanica esprimibile perché verrà a mancare il sinergico lavoro della leva che si articola tra gamba e coscia e dei suoi poderosi muscoli che non potranno essere sfruttati; saranno impegnati invece, seriamente, i distretti muscolari che muovono i femori rispetto al bacino e che dovranno essere assistiti dall'area addominale che già avrà il suo bel da fare, la muscolatura addominale infatti assolve già a 4 compiti:
Contenitivo... a tutela dei visceri, gli organi e le forze pressorie (che per chi va per mare in apnea non scherzano);
Posturale... nelle sue funzioni di supporto addominale e lombare, favorendo il mantenimento della giusta lordosi quindi a mantenere torso e bacino in posizione corretta;
Respiratorio… fungendo da vaso di espansione per la ventilazione e l'apnea, consentendo i movimenti del diaframma;
Motorio... permette la mobilità del bacino (flessioni torsioni eccetera) rispetto al torace e viceversa.
Cintura addominale.png
Credo che mai nella vita ci si possa trovare ad esprimere un movimento analogo a quello della pinneggiata accademica al di fuori di essa e che asservi così marcatamente i distretti muscolari interessati nel movimento; la catena cinetica per un essere antropomorfo educato ad esigenze cinesilogiche (quindi ad ordini di reclutamento neuro-muscolare nei movimenti e nelle posture) completamente differenti, diventa tutta da scoprire.
Si tratta di far lavorare i muscoli dell'area addominale e lombo-sacrale in maniera abbastanza forzosa (sopratutto all'inizio dell'apprendimento) in armonia con i più poderosi fasci muscolari che muovono i femori rispetto al bacino.
Questa analisi è importante, essi vengono chiamati in causa in maniera assai determinante per potere esprimere tale stile, poiché si faranno carico della stabilizzazione e controllo dell'asse gambe-torso e di un sovraccarico di fatica che compenserà (insieme ai glutei) molto del lavoro cui i distretti muscolari di cosce e gambe risulteranno esonerati dalla inusuale catena cinetica obbligata preposta al movimento.
Importante è anche dover tenere presente che la delicatezza del gesto tecnico in questione, considerati i complessi meccanismi dei movimenti articolari umani,
che assai difficilmente vanno per linee rette, richiede anche un complesso e costante controllo neuromotorio degli angoli di incidenza rotazionali perpetuamente variabili degli arti e del tronco durante il movimento, che vedrà partecipare tutti comparti muscolari, dal torso... fin giù alle punte dei piedi.
Di fronte ad uno sforzo muscolare, il cervello umano tende ad essere tanto più selettivo nel reclutamento dei fasci muscolari e del numero di fibre utili a compiere un gesto motorio, quanto meno è intensa l'energia richiesta a compierlo. Se la fatica richiesta supera la capacità dei muscoli direttamente deputati al lavoro specifico, si parteciperà impropriamente con altri muscoli a voler compiere il gesto, aumentando direttamente la superficie muscolare impegnata quindi il consumo di O2, e i primi "volontari" saranno quei distretti muscolari che si dovrebbero fare carico del controllo delle posizioni degli arti. Si sporcherà quindi la tecnica, vanificando ogni rendimento ad essa subordinato e mettendo inoltre a repentaglio la nostra anatomia funzionale. Ecco quindi che sopratutto nella specificità della pinneggiata accademica:
Esiste un delicato limite individuale nella scelta di una giusta pala, tra... la sua durezza, il range di movimento attuato e la cadenza con cui lo si compie. Alla luce di quanto, è facile capire che finché nuotiamo in leggerezza è un conto... ma quando zavorre, appendici, percorsi duri e mare pesante, ci metteranno i bastoni tra le ruote, questi comporteranno ovvi squilibri che metteranno alla frusta la nostra anatomia funzionale e la nostra capacità di gestione neuromotoria, fino a rendere impossibile il gesto tecnico più educato.
Si palesa che la perfezione accademica contrasti con del materiale che comporti un lavoro che si renda impreciso, faticoso e critico nella capacità articolare e muscolare; senza la giusta scioltezza compromette il lavoro di caviglie, dell'area lombare, del bacino e dell'addome; l'atleta invece deve poter produrre la minor fatica possibile mentre si cura soltanto del proprio quieto, amniotico, procedere... Ecco perchè la maggioranza degli specialisti dell'apnea riesce a soddisfare al meglio le proprie esigenze propulsive con prodotti gentilissimi con le articolazioni e i muscoli; perchè consentono di esprimere un ottimo gesto tecnico privo di tensioni e forzature che lo comprometterebbero fino a renderlo inattuabile.
- L'apneista puro -La pinneggiata accademica, benché relativamente complessa da apprendere ed eseguire, si dimostra insindacabilmente la risposta univoca alla ricerca dell'eccellenza tecnica del pinneggiamento, trovando la massima espressione nel confarsi perfettamente alle esigenze dell'apnea pura.L'apnea pura è una disciplina determinatamente propriocettiva in cui l'atleta è assorto in una sinfonia emozionale e percettiva, orchestrata in senso endogeno anche in risposta alle sensazioni ricevute dal corpo nell'elemento fluido (pressione della colonna d'acqua, variazioni di assetto batimetrico e/o di temperatura, compensazione pressoria e quant'altro) nel suo incedere, catalizzando le sensazioni percettibili in termini di benessere e rilassatezza generale.
In un tale contesto è facile che anche la perfezione tecnica della pinneggiata possa essere cinesteticamente avvertita e gestita molto positivamente, diventa quindi godibile e centellinabile in ogni movenza, ogni passata, nell'ampiezza e nel ritmo.
La rilassatezza deve essere all'unisono mentale, muscolare e viscerale; una sola alterazione di queste tre condizioni comprometterà facilmente le altre, con ovvie conseguenze in termini di resa e prestazione tecnica, dinamica e apneistica...
Sempre libero da qualsiasi vincolo accessorio o elemento esterno variabile ed in virtù di un equipaggiamento essenzialissimo che lo vede calzare mute super-tecniche e zavorre leggerissime o assenti, l'apneista, impegnato in un'azione esclusivamente verticale se non in un nuoto orizzontale ad assetto e profondità costanti, può gestirne i delicati equilibri...
Ma il pescasubapneista? Anche senza essere dei profondisti che arrivano sullo spot di pesca con l'imbarcazione e si inabissano per qualche tuffo alla ricerca “del sé” e del cernione, perfettamente coscienti di quello che combineranno arrivando sul fondo perché perfettamente visualizzato, anche per noi pescatori medi la pinneggiata accademica è generalmente il non plus ultra per il nuoto verticale (sopratutto in discesa verso il fondo) e per quello orizzontale in equilibrio statico (planate in fase di ricerca), poiché offre la minori resistenze dinamiche e porta a disporsi in posizione ottimale all'avanzamento. Noi pescatori subacquei non siamo però concentrati soltanto sulla discesa e sulla risalita, e nemmeno sfoggiamo nuotate “auto-ipnotiche” a filo di fondale con in cintura una pesata che consenta una espressione di “bel procedere”, siamo piuttosto gente che nuota, razzola, pensa e attua strategie dinamiche, agguata sul fondo o nella risacca, ripete discese su discese, aspetti su aspetti... Prediamo in condizioni costantemente variabili, in un impegno generale notevolmente variegato e fatto di improvvisazioni e richieste dinamiche impreviste, sopratutto se andiamo per mare senza imbarcazione!
Vestito di mute assai meno tecniche, spesso differenziate in spessore tra gambe e busto, con gli ovvi squilibri dell'affondamento dovuto alla zavorra molto più incidente e/o variamente distribuita; con le braccia impegnate da fucili o altro, che si rendono a freni idrodinamici; trascinando palloni o zatterini; tenendo carnieri, pedagni, torce e accessori e pesci (che sbandierano) in cintura; affrontando correnti e moti ondosi di vario tipo e incorrendo in una molteplice varietà di condizioni di mare in una stessa battuta; dovendosi adattare costantemente a condizioni diverse di profondità e di tecnica predatoria che richiedono altri gesti aggiuntivi:
Può un pescatore, asservirsi ad una pinneggiata già così delicata da condurre nella specificità dell'apnea pura?Non illudiamoci! Fuori dalla linearità e la leggerezza dello “stile accademico” e quell'ascetico raccoglimento percettivo ed emotivo proprio dell'apneista puro, la complessità del movimento stesso e i delicati equilibri che consentono la pinneggiata perfetta difficilmente permettono che questa collimi con le esigenze di “endurance” del pescatore; basti pensare addirittura che nell'apnea dinamica è in auge tra gli atleti l'adozione addirittura di un collarino di piombo destinato ad ottimizzare 'affondamento del capo, quindi gli assetti, e non compromettere il gesto tecnico!
Collare Apnea.jpg
La mia personalissima conclusione è dunque che in tema di pesca in apnea, il paradigma della pinneggiata accademica mostra il fianco, e l'ottimizzazione del rapporto sforzo/rendimento, assume spesso altre ragioni, ridimensionandone la presunta superiorità di efficienza in senso assoluto.
- Che connotati dovrebbe assumere dunque, per il subapneista, il concetto di efficienza della pinneggiata? - Le circostanze, in pesca, poco frequentemente consentono posizioni “morbidamente rigide” e filanti; queste certamente trovano terreno fertile nel nuoto verticale o come accennato nelle planate a mezz'acqua, anche perchè questo secondo frangente presuppone una buona profondità di esercizio, quindi una pesata già contenuta, ad una batimetrica generalmente prossima all'equilibrio statico (condizioni in cui risulta facile gestire la postura); per il resto invece, le circostanze occupano il pescatore in tutta una serie di implicazioni che necessitano spesso di avere ai piedi qualcosa che restituisca più prontezza e reattività.
Al pescasub, di fatto, non serve soltanto andare a risparmio di ossigeno e velocità costante, serve piuttosto rispondere a molteplici necessità, come accelerazioni poderose, velocità di risposta della pala nello “stretto”, la capacità di prestarsi come timone in movimenti più svariati in cui si fa leva su gambe e pinne per muoversi sul tronco (lavorando un pesce in tana ad esempio), una risposta abbastanza efficace anche con falcate poco accennate come può rendersi necessario durante un agguato, eccetera...
Per noi insomma... nascono svariate esigenze e approriate risposte da dare a diverse sensazioni che guidano la nostra azione!
Se nel nuoto in discesa verso il fondo, la direzionalità impareggiabile, la riduzione degli attriti e la conseguente resa dinamica con minore spreco di energia siano offerti al meglio da uno stile accademico, uno stacco dal fondo (magari nella concitazione di una grossa preda appena colpita alla fine di un aspetto un pochino tirato) molto più che alla falcata di classe, risponde proporzionalmente a durezza e reattività della pala in funzione dei muscoli che la spingono, discordando spesso con la necessaria malleabilità di una pala adatta alla pinneggiata perfetta.
Personalmente... quando ho avuto bisogno di una forte risposta delle pinne (a fronte di ingenti sforzi muscolari ovviamente), nel doppiare una punta esposta al correntone piuttosto che nel riportarmi in superficie con un bel pesce lacerato sull'asta e afferrato con le mani, e non la ho trovata... ho sudato freddo!
Riuscire a raggiungere un punto di appostamento su una secca battuta da corrente molto forte piuttosto che tenere il segnale in presenza sempre di intensa corrente e mare un pochino formato, se non ho una certa reattività della pala mi risulta impossibile.
Magari per altri potrebbe essere diverso, ma facendo riferimento alla mia esperienza personale, credo insomma che l'immediatezza di risposta di una pinna e la sensazione di sicurezza che trasmette al sub, siano troppo spesso di fondamentale importanza per un pescatore, e una pinna gentile e malleabile come si confà alla pinneggiata di alta classe non sa rispondere a troppe delle esigenze che dovrebbero essere soddisfatte nell'attività predatoria subacquea.
Certo sarebbe fantastico poter sforzare al minimo sviluppando la massima potenza di spinta ma sarebbe come pretendere da un'automobile di poter accelerare con tempi da pista consumando quanto uno scooter!
Improrogabilmente, per un pescasubapneista, si tratta di bardarsi per la battaglia ponderando i necessari compromessi, ragion per cui le metodiche debbono variare, combinarsi e adattarsi a seconda delle individualità, delle situazioni e delle attrezzature più consone a poterle affrontare.
E' necessaria una auto-analisi quanto più attenta delle proprie capacità, della naturale disposizione a formulare le più fluide catene cinetiche in termini individuali e raggiungere i necessari compromessi tra la teoria del pinneggiamento accademico e i limiti individuali, fissi o contingenti che possano essere, perchè il pinneggiamento, dal momento che noi PIA siamo dei
Cavalieri del Mare piuttosto che dei
Fantini dell'Immersione... dal mio punto di vista deve essere un mezzo e non un obbiettivo.
Buon Mare a tutti!
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