Passai un intero pomeriggio sotto il sole cocente per completare la cucitura a mano della mia prima sacca funzionale per attrezzature.
Un drappo di rete per paranze che avevo trovato lungo la banchina del mio facente ufficio, il porto!
Un sacco capiente con una vecchia cintura di sicurezza per auto che fungeva da bretella mono spalla.
Col passare degli anni dagli otto in cui iniziai mi ritrovai alla soglia dei diciassette compiuti, il mio modo di pescare stava pian piano cambiando ed anche l`attrezzatura subì delle mutazioni radicali.
Frequentavo la sezione sperimentale elettrica ed elettronica e dopo il triennio iniziai ad incassare qualche soldino frutto di qualche lavoretto elettrico.
Tutti gli introiti vennero progressivamente investiti in attrezzatura.
Installai un impianto citofonico e con il ricavo comprai il mio primo arbalete, un apache 75, fusto in alluminio, elastici rossi e la scritta che ti dava la carica: Apache Campione Del Mondo!
La mia muta, una Scarpati 5 a scomposizione d`immagine grigio cemento, le pinne, le prime serie a pala lunga, le Dessault.
Le nozioni? Non da persona fisica di certo, dalle piccole esperienze e da una rivista!
La più popolare e seguita del tempo, internet era ancora un termine americano che indicava qualcosa di astratto ed il punto di incontro sociale erano le rubriche di pescasub.
Li i grandi campioni dispensavano preziosi consigli, il grande Rodolfo Betti raccontava il mare a parole che sgocciolavano acqua salata.
Leggevo su tecniche ed attrezzature, Mazzarri parlava della pesca in tana, il grande Toschi del tiro perfetto, Bellani dei richiami e della mia prima e vera innovazione tecnica: l’aspetto!
E fu così che senza rendermene conto entrai nel vortice della pescasub e della mania innovativa sulle attrezzature.
Il giorno seguente misi la mia attrezzatura dentro il sacco e cavalcai il mio bolide, un Swm cinquantino a presa diretta.
Tirai dritto lungo la strada litoranea fino a giungere all`esterno della diga foranea del porto.
Quella era la mia destinazione.
La mattina del 13 Giugno, il giorno del mio onomastico, ricorreva S.Antonio.
Dopo una vestizione veloce mi girai a guardare il motorino e mi immersi.
Costeggiavo la barriera di grandi massi calcarei che vennero estratti dalle cave per essere sistemati uno ad uno con la gru, il porto era per me qualcosa di familiare allo stesso modo di come lo erano le mura di casa, il gruista al tempo della costruzione fu mio papa`.
Mi sentivo protetto ed al sicuro, impugnavo fiero il mio arba, ero attento nel pinneggiare senza sollevare le pale oltre la superficie, respiravo lungo e lento, dietro di me la boa con il cavetto porta pesci costeggiavo quella muraglia gigante con il fare di un predatore.
Sotto di me,il fondo, una decina di metri d`acqua che pullulava di cefali e salpe.
Dopo qualche centinaio di metri digradava lentamente verso i 15 metri ed ai massi naturali si accostavano sul fondo i resti del vecchio pontile colonnato.
Dei segmenti di cemento armato lunghi circa 10m e larghi 4 , sotto c`erano i tronconi delle vecchie colonne che li facevano sembrare come degli enormi mattoncini Lego.
Erano disposti in maniera disorientata a protezione del braccio foraneo, sotto vi si formavano dei nascondigli molto ambiti da spigole e saraghi ed a volte anche qualche altra bella sorpresa.
Un `immensa nuvola di castagnole si aprì al mio passaggio e quando toccai il lastrone di cemento mi appoggiai con la mano sul fungo di una delle colonne.
Guardavo verso scirocco e stavo praticando l`aspetto, uno dei primi sicuramente.
Riecheggiavano nella mia mente le parole di Bellani e nel mentre il mio sguardo si perdeva in quel blu cobalto, mi sembrava di sfogliare le pagine di quell`articolo.
Passarono circa una quarantina di secondi ed io ero un po` distratto dalla troppa quiete, come del resto spesso accade durante la nostra attesa senza respiro.
Stavo quasi per puntare il palmo della mano per darmi la spinta di stacco verso la superfcie quando all`improvviso un muro argenteo mi si parò davanti.
Ricciole!
Una cinquantina di pezzi tutte dai 5 a 7 kg, con quella inconfondibile banda trasversale gialla in testa sfilavano fiere a pochi metri dalla punta del fucile.
Nuotavano larghe 2 o 3 metri luna con l`altra ed il branco appariva maestoso tanto da ipnotizzare la mia indole di caccia.
Scorrevano da destra verso sinistra inarcando la loro rotta verso il largo, solo quando gli ultimissimi esemplari stavano per defilarsi, d`improvviso mi svegliai da quello stato di ipnosi.
Il tiro fu rapido ma poco mirato, in verità fu l`occhio a sparare quando il polso non era ancora giunto a destinazione ed il tiro risultò basso e non passante.
Per la prima volta vidi il mulinello in azione e nel mentre stessi guadagnando ad ampie falcate la superficie , il pesce aveva gia` tirato via un bel po’ di sagolino.
Il rocchetto del mulinello in realtà no era mai stato riempito a dovere, nonostante la convergenza verso l`attrezzatura un po’ più affidabile e l`accostamento alle prime tecniche molte nozioni non erano state ancora assimiliate e ben presto la sagola che avevo messo in bobina, così per gioco, finì !
Mi ritrovai con quell` energico pesce attaccato ad una mono aletta con una ventina di metri di cima che volteggiava intorno, tra scatti e nervose scodate, inclinandosi sul fianco e puntando minacciosamente la franata di rocce nel disperato tentativo di disarcionare la freccia ferale.
Ero in totale panico, non avevo mai gestito una tale situazione, il timore di perdere la fantastica preda diveniva sempre più intenso.
Trattenevo il pesce con il fucile in mano e la frizione serrata a guardia di quel paio di spire rimaste sul tamburo agitandolo come fosse una canna da pesca e simultaneamente ruotando con il corpo nel disperato tentativo di assecondarne i movimenti, quando qualcosa d’insolito accadde.
Il pesce, di colpo, diede dei possenti colpi di coda e si infilò in picchiata attraverso i meandri rocciosi della franata.
Mi ritrovai con il fucile in mano e la sagola tesa verso il basso , come la lancetta spezzata di un orologio, il tempo per un attimo si fermo`.
Mi bloccai con lo sguardo stupito che solitamente anticipa la sconfitta.
Entrambi avevamo perso, o così, almeno credevo che sarebbe andata.
Mi risvegliai dal blocco emotivo e misi subito le carte in tavola per studiare una immediata azione di rappresaglia.
Afferrai la boa e la strattonai energicamente verso di me, legai l`arbalete cingendo gli elastici con la sagola galleggiante poi iniziai a seguirne la traiettoria.
Il filo della speranza, sottile come la reale probabilità di poter recuperare il pesce in quell`infinità di insidiosi meandri.
Entrava ed usciva attraverso due massi poi si perdeva sotto un lastrone inaccessibile, cercai a lungo ma non vidi nulla.
Ero stanco e giù di morale.
Tentai l`ultimo tuffo spostandomi una quindicina di metri dalla verticale della boa e discesi lento, malinconicamente a mani vuote .
Vedevo la franata di fronte a me, appariva come una strada in salita, iniziai a percorrere le pietre saltando con la mano da un masso all`altro quando mi cadde lo sguardo tra due sassi, li in mezzo c`era una testa d`argento con un occhione sopra.
Una sorpresa non quantificabile!
Risalii come un uccello acquatico , pinneggiavo come forsennato, giunsi in superficie ripetendo ossessivamente;
-è li sotto , la posso ancora prendere non devo perderla ,ma… come faccio ?-
Poi misi la mano sul fianco e scorrendo lungo la cintura impugnai la soluzione, l`unica rimasta.
Il pugnale!
Discesi dritto verso quella testa col pugnale proteso in avanti ed il braccio dritto con la velocità di un siluro la trafissi mortalmente in testa.
Poi, nelle fasi successive vi fu il taglio della sagola ed il recupero di quel magnifico pesce attraverso quell`anfratto.
Un urlo liberatorio fece eco sulla parete rocciosa il pesce con la mia mano tra le branchie ed il braccio teso verso l`alto passarono la superficie assieme all`acqua spruzzata dal mio fiato.
Era mia!
La prima ricciola.
Presi il pesce e lo legai alla boa con una doppia gassa alle branchie, ricomposi il fucile al meglio e puntai verso riva , dietro di me c`era la boa con quella sagoma che si muoveva come una foglia morta attaccata sotto, pinneggiavo e mi giravo spesso per controllarla.
Quando uscii fuori dall`acqua tirai via le pinne e salii sugli scogli , vi adagiai il fucile ed iniziai a salpare il pallone con le mani.
Sollevai la mia preda con le mani ammirandola come fosse una pietra preziosa poi tirai furi ilsacco di rete che avevo nascosto sotto una pietra e vi riposi l`attrezzatura ed il mio trofeo di caccia.
Mi avviai verso casa , guidavo il motorino con la sacca in spalla di traverso e la sagoma del pescione si stagliava benissimo attraverso i fori della rete.
D`improvviso un clacson dal retro mi fece sobbalzare, e poi un altro.
Ogni sorpasso c'era sempre chi si accostava a congratularsi per il bel pesce.
Soddisfazione e appagamento per aver compiuto una cattura piena di significato, non tanto per la mole della preda, quanto per l'azione ed il susseguirsi di errori e rimedi ma anche di molta fortuna.
A casa la pesatura registrò la ricciola come la mia prima preda di mole con un modesto peso di 6kg.
Dalla foto di rito che tengo dentro uno dei tanti album al ricordo della festosa cena fu tutto un rallegrarsi.
Quel giorno di S.Antonio si scrisse un capitolo determinante per la mia successiva formazione.
Il mare, il mio grande libro dalle immense ed innumerevoli immagini, maestro di vita da un lato, io eterno studente dall'altro dentro una lezione infinita .




è degno di un romanzo d'avventura




Che c**o Tonì!



